4.

Nell’autunno del 1916 un’altra carrozza porta Aldo a Spezzano Albanese e poi in treno fino a Milano, dove andava per studiare ingegneria al Regio Istituto Tecnico Superiore (Politecnico).

    Milano li 9 Maggio 1917
    Caro Ciccio,
    sono quasi 20 giorni che ti ho scritto una mia lettera e sono privo di tue notizie. Nella medesima ti dicevo che ti attendevo a Milano; ma caro Ciccio mi trovo in un problema un po’ impasticciato e non so anch’io che bene fare in merito a Aldo.
    Primo riguardo al soldato non so se è renitente, disertore, riformato oppure dimenticato; secondo credo sia mio dovere avvisarti che in quanto tu mi dicevi doveva restare un ragazzo di famiglia invece caro Ciccio si trattiene in casa solamente alle ore della colazione e cena e il resto sempre fuori: mi capirai che Milano si presta specialmente per la gioventù un po’ pericolosa.
    Inoltre lascio a te giudicare se è modesto nello spendere oppure esagerato. Perciò fino a oggi ha ritirato in quasi a varie richieste la somma di £ 840. Quindi caro Ciccio io ho fatto qualche osservazione in merito e lui rispose che tutto ciò che spende è il puro necessario. Ora se tu credi che tutto va bene così stai pure tranquillo e se osservazioni tieni a fare è meglio tu venga personalmente perché scrivendogli non vorrei che l’Aldo tenga il broncio.
    Intanto la stagione è un po’ fresca e se vuoi fare un viaggetto, possiamo trascorrere così un po’ di giorni in compagnia.
    Ti raccomando di non arrabbiarti, di non dire nulla alla Filomena e alla Emmina. Noi qua stiamo tutti bene, così speriamo di voi tutti. L’Otello è via a Brescia alla Scuola Mitragliatori. Ha finito di stare bene. Il Tonio e il Peo per precauzione del Comando d’Armata di Milano in riguardo al 1° Maggio sono da 13 giorni consegnati in caserma.
    A Milano tutto calmo. Baci da tutti noi. Baci dal Bruno e cugini a tutti i cugini.
    Ciao baci
    tuo Peppino

L’Aldo non era renitente, né disertore, né riformato, né dimenticato, come temeva suo zio Peppino, che aveva forse lasciato la vipera e, dismessi i panni del fedifrago, aveva indossato quelli più sicuri del saggio padre di famiglia.

Nel giugno del 1917 viene invitato a presentarsi a Catania al 4° Reggimento Fanteria.
Raggiunge Morano e da qui parte con una nuova carrozza per Spezzano e poi in treno per Cosenza, Paola, Villa S. Giovanni, Messina e Catania, con compagni di viaggio sempre diversi, più o meno gradevoli: nove marinai ed un tenente siciliano, il professor Orsi, un prete marchigiano, un signore toscano.
Durante il viaggio ha tutto il tempo per osservare il paesaggio e i paesi colpiti dal terribile terremoto del 1908

    curiosi con tutte le loro casupole di legno, tutte della stessa forma ed altezza e ugualmente situate.

Con la mente ritorna a quell’anno, quando anche a Morano si era sentita l’eco di quel disastro e tutta la famiglia aveva dormito fuori di casa per alcune notti. Francesco in quei giorni aveva temuto che la nuova casa, benché così solida, potesse crollare da un momento all’altro.
Aldo rimane a Catania quasi un mese.

    Come vi ho telegrafato, sono stato obbligato a partire per Modena, per frequentarvi i corsi di allievo ufficiale di fanteria, avendo i titoli di studio richiesti. Così lunedì 23 alle ore 17,35 lascerò Catania, con mio grande dispiacere. Poiché ora cominciavo a starci veramente bene, benché l’enorme caldo che fa, e le cinque ore d’istruzione che mi toccava fare la mattina dalle 51/2 alle 101/2. Ove mi trovo attualmente, cioè all’8a Compagnia, ho trovato dei superiori buonissimi che mi trattavano molto ma molto gentilmente. Così anche i miei superiori diretti: caporali e sergenti. Grazie a loro, da quando sono a Catania ho sempre potuto mangiar fuori la mattina e dormir fuori la sera. Agli appelli o non mi chiamavano oppure anche se mi davano mancante, in fureria mi toglievano dalla lista. Così, per esempio, ieri nel tornare alle 5 in caserma, trovo l’ufficiale di picchetto al cancello ed altri soldati di guardia. L’ufficiale vedendomi e non potendo star zitto, dato che c’erano altri accanto a lui, mi chiama e “A quest’ora torna lei?”. “Sissignore” rispondo. “E il permesso?”. “Il permesso l’ho avuto fino a ieri sera alle 101/2, ma per dormir fuori non l’ho”. “Come si chiama?”. “Aldo Mainieri”. “Compagnia?”. “8a ”. “Vada pure”. E così finì il dialogo ed ogni altra cosa. Se fossi stato un altro avrei avuto qualche giorno di prigione, dati gli ordini severissimi che esistono di non dormir fuori.
    Stamani i miei compagni sono andati a fare la marcia di 14 o 15 Km (andata e ritorno) collo zaino affardellato, fucile, giberne etc. Io, dovendo partire domani l’altro, mi son fatto firmare un permesso dalla sveglia fino alle 10 di stasera. Ho già preparato il cestino da rispedirvi; ci ho rimesso mezzo caciocavallo e una sopressata: portarli con me è inutile e imbarazzante. Sto ora preparando la grande scatola di cartone con i vestiti e con un po’ di biancheria che vi rimando perché inservibile. Vi spedirò tutto forse oggi stesso.
    E così andremo a Modena a fatigar come bestie. Pazienza! Però quel che vi raccomando è di non spaventarvi affatto per questa mia partenza. Tutto andrà bene, non abbiate paura. Il corso finirà credo in ottobre, e allora avrò la licenza e verrò ad abbracciarvi. Poi … Poi si vedrà. Il mondo ancora non è finito. Dunque coraggio e niente paura.

Aldo ritrova a Catania Totò Alonzo, un suo compagno della Badia Fiesolana, che gli fa conoscere la famiglia e lo invita varie volte a pranzo, a cena e a teatro. Ricompensa le gentilezze di Totò e della famiglia regalando loro qualche ora di musica.

    Mi vesto in fretta e furia, vo al telefono: è Totò che mi vuole in casa. Vo subito e appena arrivato mi porta in salotto. Poco dopo ecco presentarsi in processione la signora, la signorina e il signor Alonzo. Ci salutiamo e ci si mette a sedere e discorrere. Faceva un caldo e sudavo come un mantice. Poi mi invitano a suonare. Accondiscendo e mi metto al piano e suono un po’ di Mendelssohn, Chopin, etc.
    Il piano è buonissimo: è un Rönich vecchio, ma è d’una espressione veramente eccellente, ci si possono fare certi effetti magnifici. Dopo aver suonato, Totò va a vestirsi e poi si esce e si va a prendere un palco e due poltrone ad un teatro: il palco per la famiglia, le due poltrone per me e Totò. Naturalmente paga Totò…

Un lungo viaggio di 65 ore, trascorso in carri bestiame, in vetture di 3a e di 2a classe, porta Aldo da Catania a Modena, dove arriva il 26 luglio.
È molto dispiaciuto di partire da Catania e di lasciare la famiglia Alonzo, tanto premurosa e cordiale, della quale si era sentito quasi un componente.
Partiti da Catania in 14, nelle varie fermate fatte a Messina, Villa S. Giovanni, Nicotera, Napoli, Roma, Ancona e Bologna altri soldati salgono sul convoglio fino a diventare alcune centinaia.

    Arrivati a Modena, ci inquadrarono alla stazione: saremmo stati un 600 o 700 e ci hanno condotto in collegio dove ci assegnarono per compagnia. A me è toccata la 6a, che dicono sia stata sempre la compagnia più in gamba in ogni occasione. Vedremo. Le camerate che ci son toccate sono belle ed ariose: i lettini sono colle molle, due lenzuoli e il cuscino. I lavandini ed i cessi sono pulitissimi: e questo vuol dire molto. Ed ora sono nella sala centrale della 6a compagnia, in uno dei due tavolini che ci sono. Ci hanno lasciati liberi dalle 11 alla 1 per andare a mangiare, poiché si incomincerà domani a mangiare qui alla scuola. Dicono che si mangi in refettorio e ben serviti. Vedremo e poi scriveremo.

Un altro collegio per Aldo, molto diverso dalla Badia Fiesolana.
Alla fine di agosto viene mandato all’Ospedale militare di Bologna per effettuare degli accertamenti sulla sua miopia.
Era già stato in questa città dieci giorni nell’aprile dell’anno precedente, per sostenere al Conservatorio l’esame finale di pianoforte. La conosce bene e si offre di farla visitare a due suoi colleghi: il professor Cipolla di Catania, completamente sordo, e il professor Bisaglia di Venezia, dotato di un folto barbone.
Viene dichiarato abile e se ne ritorna a Modena con gli altri colleghi.

La notte del 4 settembre 1917 non chiude occhio. La camerata della 1a Compagnia è infestata dalle cimici: ogni tre o quattro minuti assieme agli altri commilitoni, fra cui il professor Cipolla e il professor Bisaglia, fanno l’ispezione del cuscino.

    Quattro o cinque cimici grosse e piccole cadevano sempre… o fra le nostre dita poco garbate oppure sotto la fiamma purificatrice d’un cerino.

    In trincea… alla Porretta 6 - 9 - 17
    Carissimo papà, non ti spaventare se vedi scritto sopra in trincea. Sono sì in trincea, mentre ti scrivo, ma… in trincea innocua. Attendiamo da parecchio il nemico, il quale dovendo arrampicarsi strisciando su per la collina, si fa molto aspettare con ragione. Sdraiato per terra, col fucile carico a pallottole… a salve, scrivo…
    In trattoria 7 - 9 - 17. Ieri mattina non potei finire la mia lettera in trincea: le vedette nostre dettero l’allarme e mi toccò smettere. L’attacco non fu fatto, tuttavia ritornai ferito lo stesso: un graffio nella mano fattami mentre correvo nel ritirarmi nella seconda trincea. Si ritornò al campo alle 11; si mangiò nella gavetta mediocremente; poi si riposò fino alle 2; quindi con zappe e pale via su una collina a scavare trincee. Mi misi a zappar con lena tanto per aumentare i miei muscoli; poi ci fu lezione fatta all’aperto nella collina stessa, quindi alle 6 si ritornò al campo e si consumò il secondo rancio. Quindi fui comandato di guardia: toccano fare otto ore di servizio al giorno; montai di sentinella la prima volta dalle 111/2 alle 11/2 dopo mezzanotte; quindi riposai per 4 ore fino alle 51/2; dalle 51/2 fino alle 71/2 di nuovo montai; poi stamani dalle 111/2 alle 11/2 e stasera dalle 51/2 alle 71/2, ora in cui era già stato consumato il secondo rancio e nulla era rimasto per noi sentinelle; ragion per cui sono stato costretto in queste due ore di libera uscita, dalle 71/2 alle 91/2 a venir a mangiare in trattoria. Trovo qui un po’ di tempo per scrivere alla svelta.
    Ieri bellissima giornata. Oggi pioggia torrenziale; il campo è tutto allagato; non ci si può proprio praticare. Stanotte toccherà dormire al solito sotto la tenda bagnata con tutta la paglia umida etc. etc. Mi farà male? Vedremo. Comincio, benché siano passati solo due giorni, ad abituarmi a dormire vestito nella paglia con 3 sole coperte sopra. Dico sole perché qui di notte fa abbastanza freddo; siamo in pieno Appennino ad una notevole altezza. Io cerco di caricarmi di panni. Stanotte come passerà? Mah! Sembra che voglia piovere ancora.
    Se le piogge seguitano facilmente verremo accantonati e il corso finirà prima. Speriamo.
    Scriverò più particolari un’altra volta; spero tuttavia di parlarvene fra breve a voce. Dubito di trovare un po’ di tempo per scrivere. Vedremo!

L’addestramento finisce e finalmente Aldo può raggiungere Morano, dove riabbraccia i suoi e suona il pianoforte con Emma.
Soltanto pochi giorni ed ancora un’altra volta in viaggio per Milano, dove al deposito del 68° Fanteria un colonnello gli consegna la pistola con tanti… auguri. E poi di nuovo in treno diretto a Mestre e poi, con altri colleghi, a piedi a Spresiano, S. Artemio e finalmente Treviso.

    Treviso 5 novembre 1917
    Poi si ritornò a piedi a Treviso, si mangiò ed essendo gli alberghi tutti occupati fummo costretti a rivolgerci ad una famiglia privata che ci fece dormire in una stanza in quattro: il tenente su un letto vero, io su un materasso con lenzuoli e coperte preparato su un tavolo, ed altri due su un giaciglio preparato per terra. Presso la stessa famiglia abbiamo trovato un piano ma talmente scordato da non averne idea. Pure ci ho sonato per un quarto d’ora. Andati a letto ci si alzò stamani alle 5 e alle 6 ci si metteva in cammino per S. Artemio ove giungemmo alle 7. Ci prese con sé un tenente del genio e si pensò a distribuire da mangiare a quasi duemila soldati del genio dopo averne formati dei plotoni di 200 persone.
    È questo è stato il vero primo mio lavoro da ufficiale.

    Zona di guerra 20 maggio 1918
    Mi son levata la giacca e al verde d’una piccola capanna, da noi fatta costruire ieri con rami di acacia fiorita, mentre le nostre batterie antiaeree cercano di colpire alcuni aeroplani nemici volteggianti per il cielo, scrivo.
    Fra poco dovrò interrompere per la mensa che noi consumiamo in questa stessa capanna. Mi sono accanto gli altri due miei colleghi, uno legge, l’altro è sceso proprio ora di camera; è ancora in maglia. Di fuori due donne lavano: sono le pochissime superstiti in questo paesetto se così si può chiamare un piccolo gruppo di casette basse, ove son state accantonate i nostri soldati.
    Gli altri abitanti son in giro per l’Italia, profughi. Perché se non ve l’ho detto, ve lo dico ora, sono a pochi chilometri della linea; sono sotto il tiro delle artiglierie avversarie, le quali però non ci disturbano affatto.
    Mi son alzato poco fa; ieri sera sono andato a letto alle una; ritornavo da un paese vicino, ove invitato dal colonnello nostro ero andato a suonare su un pianoforte di proprietà del figlio del colonnello stesso, un capitano del genio che sta qui vicino. Ho suonato dalle nove alle dodici fra un subisso di applausi. V’erano diversi ufficiali.
    La nostra vita qui è semplicissima. Il giorno si dorme e si mangia e si scrive; la sera verso le nove si va a lavorare poco distante dalla prima linea, su una collina donde si gode tutto il panorama del sottostante Piave. Si sta sul lavoro fino alle 4; alle cinque siamo di ritorno e si va a letto.
    In questo momento arriva sul tavolo su cui scrivo un bouquet di fiori di campo, papaveri, margherite etc. messe in una… scatoletta di latta. Si sta allegri; l’allegria fa buon sangue e fa andare in Paradiso.
    Siamo tre ufficiali, tutti sottotenenti e viviamo d’amore e d’accordo. Uno di questi miei colleghi è un mezzo mattacchione, dice lui d’essere stato al manicomio per un mese e si ride tanto con lui. Dopo aver mangiato si fa la nostra partitina a carte per l’ingente somma di… centesimi 5.
    Io mi diverto sempre a comporre, per ora sto scrivendo per pianoforte a 4 mani la mia Festa. Vedrai come riesce bene: c’è un intreccio di suoni e motivi che ti dà l’idea d’una vera festa. Ti manderò in questi giorni la Ninna-Nanna; debbo trovarci ancora l’accompagnamento. Oggi mi metterò all’opera.
    Così, come mi dici, vivete in mezzo ai soldati e tutta la vita moranese è assorbita da essi. Speriamo che tutti questi giovani riescano a inoculare nei moranesi una nuova vita e coi colpi dei loro fucili riescano ad ammazzare quella vita stupida ed insulsa vissuta fino ad ora, tutta intrecciata di maldicenza, una vita che nella maldicenza stessa non trovava vita ma morte.
    Vogliategli bene a questi poveri soldatini del 900; fategli vedere, che se essi hanno dovuto abbandonare la loro famiglia, ce ne sono cento altre famiglie che l’accolgono fra loro quasi come figli. Fategli da madre, perché essi ancora giovani ne hanno ancora bisogno. Non lesinate nulla per loro. Distribuite a quelli che vivono nella nostra casa qualche cosa e nei loro occhi troverete un ringraziamento, che la bocca non sa esprimere, ringraziamento che val cento volte più che la roba che ad essi voi date. Vedrete che essi lontani un giorno da Morano, dalle trincee, dovunque essi si trovano, invieranno a voi delle cartoline, delle lettere, che dimostreranno a voi, come in quelle menti rozze, vivono pur tuttavia dei sentimenti nobili di riconoscenza e di affetto, per coloro che ad essi hanno fatto buon viso ed hanno allievato le loro pur piccole sofferenze.


    22 maggio 1918
    Ieri sera io, un altro mio collega, i nostri attendenti e due sergenti siamo andati a visitare la linea. A pochi metri scorreva placido il Piave. Nel cielo una luna incantevole, d’intorno una serenità senza pari. Le trincee vuote; sul piccolo posto un sottotenente e pochi uomini. Non avrei mai creduto che il fronte del Piave in questo punto fosse così placido di notte. Siamo stati lì cinque minuti e poi ce ne siamo ritornati a casa. Alle due ero già a letto e dormivo placidamente.
    Stamani mi sono alzato più presto del solito. Una giornata splendida ma calda, però in questa nostra capannuccia si sta divinamente bene.
    In questo momento gli aeroplani austriaci volteggiano per l’aria, le nostre batterie cercano di abbatterli. Ho nella mia cameretta un bossolo da 149, che costituisce un bellissimo porta fiori. Malgrado il peso lo porterò a Morano.

Aldo ritorna a Morano in licenza nell’agosto 1918, dove finisce di comporre un pezzo per pianoforte iniziato nel maggio in Terradura e ne scrive il 1° settembre un altro, sempre per pianoforte: Lento pastorale in fa maggiore.

    4 novembre 1918
    Carissima Emma, la mia lettera dovrebbe incominciare con un inno, ma meglio principiare con dei fatti. Ieri sera, verso le sei, eravamo, noi ufficiali, col maggiore, riuniti nella piazzetta del paese, a discorrere del più e del meno. Ad un tratto, si presenta un ciclista e presenta al maggiore una lettera con su scritto “Riservatissima speciale”.
    Cosa sarà, cosa non sarà? Mah!
    Apre e alla fiochissima luce dell’imbrunire legge: “Pregasi comunicare alle dipendenti truppe”… E poi si ferma meravigliato come se non credesse ai propri occhi. Accendiamo un cerino e allora termina la frase, con voce incredula: “che Trento e Trieste sono state unite alla Madre patria”.
    Tutti vogliamo convincerci che diceva proprio così. E poi… e poi è difficile di scrivere ciò che si è provato negli animi nostri. Tutt’al più si può raccontare ciò che si è fatto. Io son corso dal curato a portargli la notizia, si son fatte sonar le campane che da un anno tacevano, la musica reggimentale riunitasi in fretta intona la marcia reale, nessuno ci vede più, tutti hanno il diavolo addosso, e salti, salti, urli di gioia salivano dai pochi soldati presenti e dalla popolazione di questo paesetto. La notizia si sparge come un lampo, tutti hanno le lacrime agli occhi; la musica reggimentale percorre le poche vie del paese, seguita dai pochi soldati e dalla popolazione in delirio. I bandisti sono instancabili, stronfiano nei loro strumenti ch’era un piacere.
    Chi grida, chi ride, chi piange… Oh! la gioia immensa infinita. Evviva! Evviva si grida da tutte le parti.
    Il baccano alla mensa poi non te lo posso descrivere; so che si sono sturate 15 bottiglie di vino spumante, che siamo andati a digerire dal curato; a forza di sonare un piano tutto scordato. E stamani svegliandomi nel buon letticciolo, che ho potuto trovare dal curato, non credevo a me stesso, quando pensavo alla notizia avuta ieri sera. Le campane di tutti i paesi qui intorno non hanno mai smesso di sonare. In tutta l’Italia, non ci sarà stata una campana che non avrà battuto. In tutta l’Italia sarà stato un tripudio di campane inneggianti alla vittoria della nostra bella e cara patria, alla vittoria dell’Umanità contro la barbaria, alla vittoria del nostro bell’esercito, alla vittoria dei suoi fanti! Tutta l’Italia ora è in festa; nella mia immaginazione vedo tutte le grandiose dimostrazioni che dal più piccolo paesetto italiano alle grandi città, attestano quanto sia grande negli Italiani il sentimento d’amor patrio e come la vittoria nostra sia da tutti sentita. Evviva l’Italia! Evviva l’Italia! gridiamo tutti e la nostra gola mai si stancherà di gettare ai quattro venti questo grido fatidico. Sì… Evviva! Evviva! Eccovi, o tedeschi di fuori, a casa son baroni, quei tali mandolinisti, eccovi come vi hanno conciato per le feste quei mangiatori di maccheroni, eccovi gli Italiani straccioni… e stremati. Eccovi lo scorno o tedeschi, o tedeschi italiani; andatevi a nascondere, non avete il diritto di gioire voi; seppellitevi e tremate anche voi. Evviva! Evviva! Sia immenso il tripudio come immensa è la vittoria. Onore ed eterna riconoscenza a quei prodi caduti, che nelle tombe gioiranno per la vittoria, a cui essi hanno dato la loro giovane e fiorente vita, e piangeranno insieme per non poter anch’essi così unire il loro evviva col nostro.
    E lode sia sempre a Iddio che ha voluto la nostra vittoria “Te Deum laudamus” canteranno in tutte le chiese d’Italia i fedeli; “Te Deum laudamus” gridiamo tutti.
    Grazie, grazie, grazie, o Iddio pieno di misericordia.
    La preghiera nostra non potrà mai esprimerti un ringraziamento degno di quanto hai fatto per noi!
    Sento di fuori del chiasso! Forse le ostilità sono state sospese! Andiamo a sentire.
    Baci a tutti! Evviva l’Italia

    Carmignano d’Este li 8 novembre 1918
    Carissima mamma,
    Immagino che anche Morano avrà improvvisato le sue feste: non potrei mai supporre che il nostro paese rimanga indietro a tutti gli altri nel mostrare la sua gioia.
    Anche in questo piccolo paesetto Carmignano d’Este, dove siamo accantonati si è fatto festa. Le campane hanno suonato per diverso tempo.
    Ora attendiamo di giorno in giorno, fidenti la resa della Germania, che non potrà mancare.
    E allora? me li salutate voi quegli uccelli di malaugurio che infestavano Morano? Quanto vorrò ridere alle loro spalle!!

Tra Carmignano d’Este e S. Andrà, insieme ad alcuni suoi colleghi, Aldo trascorre un Natale e un capo d’anno in piena allegria.

    Milano 28 gennaio 1919
    Sto benissimo e per di più mi trovo a Milano al deposito del 68° Fanteria. Il vecchio e glorioso 63° di marcia si è sciolto e ci ha lasciato come ultimo ricordo una lunga marcia che si è dovuta fare per accompagnare i soldati alla loro destinazione. Da S. Andrà a Codrupo in 3 giorni è una bella marcia: 80 Km. Io ho funzionato al solito da ufficiale di vettovagliamento. Abbiamo così potuto vedere le tracce che hanno lasciato gli Austriaci nei paesi una volta invasi. Roba da muovere a pietà anche il cuore più duro! Cose inenarrabili e che poi a voce potrò raccontare. Così dopo la marcia sono venuto a Milano, ove mi trovo presso zio Peppino. Stanno tutti bene qui.
    Se mi lasciano a Milano forse potrò studiare un po’ e rimettere il tempo perduto. Ne ho tanta ma poi tanta voglia! Nel rivedere i miei libri di studio oggi sorridevo di compiacenza. Il male è che mi ricordo poco o nulla dopo due anni. Ma vedremo di rimettermi alla meglio. Ho ritrovato parte dei miei vecchi compagni di scuola che mi hanno fatto lietissima accoglienza.

Aldo rimane a Milano e continua gli studi presso il Politecnico.

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