Nel 1921 Aldo trascorre l’estate a Morano. Si avvicinava la conclusione degli studi al Politecnico e doveva prendere la decisione se rimanere a Milano o ritornare a Morano.
Nel maggio dello stesso anno aveva scritto in una lettera alla mamma.
Pazienza ancora per qualche anno e poi avremo tempo di vederci. Lo sapete bene che appena laureato dopo un anno o due al più di pratica me ne ritornerò per sempre tra voi. Questo è il mio programma elaborato dopo vari anni di incertezze e di pensieri.
Da quando era ritornato a Milano nel gennaio del 1919, Aldo aveva fatto nuove conoscenze e amicizie.
Canzo, 13-3-19
Carissima mamma,
sono ancora a Canzo in attesa: vivo una vita tranquillissima e mi godo queste bellissime giornate primaverili che rendono questi luoghi incantevoli. Sto benissimo arcibenissimo o come al solito.
Di lavoro non ne abbiamo affatto: di soldati non ce n’è, siamo rimasti una decina d’ufficiali soli e si attende d’esser richiamati al deposito a Milano. Intorno agli studenti ancora nessuna disposizione, s’attende di giorno in giorno: credo e spero che presto avranno inizio i corsi.
Intanto per occupare qualche ora della giornata, studio e con grande soddisfazione ritorno a mettermi in carreggiata.
Abbiamo passato qui in Canzo un discreto Carnevale. Sabato scorso che era il sabato grasso s’è data una festa da ballo in un albergo qui in Canzo. Benché io non sappia ballare ci sono andato e mi sono discretamente divertito. S’è fatto una cena a mezzanotte e la mattina verso le sei sono andato a letto per alzarmi poi alle otto e mezzo per andare a fare una gita ai Corni di Canzo, caratteristica montagna in questi dintorni. (Ve ne manderò la cartolina e molte fotografie che si son fatte). Eravamo una comitiva di nove persone; io, ed altri due colleghi, un capitano di Milano, che è nel nostro battaglione, con tre sue sorelle venute appositamente da Milano, e due borghesi pure di Milano.
Dovunque si trovava un pianoforte, Aldo veniva invitato a suonare. Riusciva ad alternare composizioni classiche a canzoni e balli d’epoca, tra cui il fox-trot e l’one-step. Anche lui ne aveva composti alcuni nell’ottobre e nel novembre del 1919. In una delle serate aveva conosciuto Lina Maggioni.
Milano, 2-IV-1921
Domani, per riposarmi un po’ dal continuo studio, andrò a passare la giornata sul lago di Lecco presso i sig.ri Maggioni che sono andati a passare le feste in una loro villa che hanno lassù. Domani sera sarò di ritorno per ricominciare da capo il fenomenale lavoro da cui siamo oppressi quest’anno. Mai come quest’anno ho studiato e studio volentieri; le ore libere le passo quasi sempre al tavolino senza sentire alcuna stanchezza. L’unica distrazione che ogni tanto mi concedo è qualche concerto di cui sento che non potrei farne a meno. Anche il teatro quest’anno ho abbandonato. Invece voi, al contrario, vi godete le belle recite della compagnia drammatica moranese diretta da Don Ciccilluzzo Alberti, gran comico mondiale. Se non vi rincresce, fate loro la proposta di venire a dare qualche recita qui a Milano: di patate marce o simile roba da tirargli addosso ce n’è a bizzeffe. Cioè, meglio, forse non ce n’è neanche di quelle con i prezzi attuali; pietre però ce n’è, non certamente però quante nelle strade famigerate di Morano. Insomma avrebbero una buona accoglienza. (Emma, stai attenta: queste cose le dico per ischerzo e quindi ti prego di non prenderle sul serio).
A Milano erano arrivati nella primavera del 1919 Francesco Tommasi, Dino Cangi e Totò Alonzo, anche loro per studiare al Politecnico. Così si era ricomposta la vecchia combriccola della Badia Fiesolana.
Milano, 25-III-1920
Carissimo papà,
ti scrivo sotto l’impressione d’una grande gioia: dai giornali ho saputo che fra giorni sarò finalmente congedato. Era tempo!
Aldo aveva potuto finalmente indossare di nuovo abiti civili. Emma era la sua affettuosa e paziente sarta: gli spediva da Morano le camicie e le cravatte, che lei stessa cuciva. Aldo ricambiava almeno in parte il suo lavoro, dandole consigli sul suo abbigliamento.
meravigliosa
Cosa? Brava, bravissima
Perché? Eh! non l’hai ancora indovinato
Come sei indietro! La cravatta, la famosa cravatta! È riuscita splendidamente. Ragion per cui ritornerò a ribussare fra poco. Presto t’invierò un premio
Che cosa? Mah! ancora non lo so, ma troverò.
Nella lettera precedente in una maniera alquanto strana ti ho fatto capire che i coralli non ho piacere che tu li porti.
Nella tua lettera mi dici che hai messo da parte quella idea. Visto questo, ora ti fo capire anche il perché della mia avversione. Se tu prendi un pezzo di stoffa rosa e ci metti accanto un altro pezzo di stoffa rosa anch’esso ma di altra tonalità della precedente vedrai che i due colori non stanno tanto bene. Invece metti il pezzo di stoffa rosso accanto a un pezzo bianco: sarà un’altra cosa, non è vero? E così è per te. Tu sei di colorito rosa in viso e quindi i coralli rossi anch’essi mi pare che debbano stonare; invece i coralli starebbero bene ad una carnagione pallida perché allora il rosso dei coralli darebbe dei riflessi simpatici sul bianco della pelle. Inoltre per quanto abbia guardato non ho visto nessuna donna neanche del popolo, qui a Milano portare degli orecchini di corallo; quindi anche ciò è stato causa della mia avversione.
E infine il gioiello in generale, essendo un di più che uno porta addosso e non conferendo quasi mai alla persona che lo porta né bellezza né maggior simpatia, dev’essere di valore per essere almeno osservato con invidia dagli altri. Ora un paio d’orecchini di 40 lire!!
Eccoti spiegato il perché della mia avversione. E dei coralli non ne parliamo più.
Aldo alternava momenti di buon umore ad altri di malinconia.
Non so quando sono di cattivo umore io. I miei compagni mi dicono che ho sempre il sorriso sulla bocca; ed infatti quando sono al Politecnico sono sempre allegro
ed anche fuori però
Ho ogni tanto dei momenti di malinconia; ma poi presto torna il sereno.
Chissà se anche la sorella Emma avvertiva momenti di malinconia tra le pressanti richieste da parte del padre di prestazioni da scrivente in sua vece, d’intensa attività di sarta per i vari componenti della famiglia ed i faticosi tentativi di occuparsi del proprio aspetto. I rapporti tra i due fratelli testimoniano un limite della comunicazione dei dati interiori più profondi; non era certamente solo loro, ma di tutti coloro che stavano intorno.
Nell’ottobre del 1921 a Morano Aldo compone un pezzo per pianoforte: Valse triste. Rimarrà per anni senza scriverne altri. Gli era pervenuta alla fine del mese precedente una cartolina di Lina Maggioni, dove gli comunicava che era stata fissata la data delle sue nozze.
... invidio quelli che potranno ascoltare tanta bella musica. E la mia Campanella, come va? Chissà se avrò il piacere di sentirla suonare sul mio pianoforte! Si è interessato al suo paese per quel lavoro a sfilato siciliano? Se fosse una noia per lei la metta pure nel numero dei più, ché io non me ne offenderò. Prima di associarsi al Quartetto con altra persona la prego di interpellarmi perché potrebbe darsi che avessi intenzione di ascoltare i concerti da lungi. Tante cose cordiali anche a nome dei miei cari, buona vacanza, e buon divertimento.
Della Campanella Aldo non avrebbe lasciato traccia, né di altre cartoline di ragazze che annunciavano la data delle loro nozze. Non si associò al Quartetto con altre persone nei mesi successivi.
Compone nell’ottobre 1921, questo sì, il Valse triste.
Diversa da Lina sembra essere stata Tina, la ragazza che Aldo aveva conosciuto a Milano nel 1917. Conservava ancora la lettera che gli aveva scritto da Milano il suo amico Carlo, quando si trovava a Catania.
Ieri poi dopo un mese e più che non vedevo la Tina né che ne avevo notizie ricevo un suo biglietto ove fra l’altre cose mi dice che ha cessato di scriverti.
Dopo la tua partenza io sono stato due o tre volte con lei come amico e mi ha raccontato tanto con quella franchezza che non è però tutto naturale.
Non so come tu pensi in seguito alla rottura, ma voglio sperare tu non le darai nessuna importanza. Ed ora che tutto è finito permetti che ti dica da amico due cose.
Aldo tu sei troppo buono e troppo facile a credere.
Vedi la Tina tu l’hai stimata troppo, forse l’hai amata invece lei si divertiva, te o un altro le fa lo stesso purché l’accompagni al caffé o al Trianon.
Aldo alla fine dell’ottobre 1921 ritorna a Milano.
1922
Carissima Emma,
vediamo se stasera mi riesce scrivere una lettera per benino. E per benino s’intende lunga tanto da ricompensarvi dei miei silenzi che si protraggono spesso al di là dei limiti usuali. ma che vuoi; ho tanto da fare; e poi, come sai, sono troppo di volontà io; se metto al tavolo a disegnare mi dimentecherei anche da andare a mangiare; vivo cinque o sei ore continue al tavolino senza interruzione e senza sentire alcuna stanchezza in fondo. E poi lavoro con passione. Quest’anno mi accorgo, nello svolgimento dei progetti, che non ho sbagliato a scegliere la carriera dell’ingegnere; e figurati quanta soddisfazione mi dia questa constatazione. Tutto ciò per spiegarti in parte la ragione dei miei silenzi.
Mi dispiace alcune volte perdere delle ore per scrivere lettere mentre ho sotto un disegno che m’interessa, una difficoltà da superare, una linea da tirare etc. Ma stasera è sabato e torno in questo momento dal Politecnico ove sono andato a far vedere dei disegni e avendo vista sul tavolo sgombro di libri, disegni etc. (stamani ho perso più di mezz’ora per mettere tutto in ordine; a casa lo fai tu questo lavoro; qui occorre che lo faccia ogni tanto io, perché la padrona di casa ha paura di metterci le mani temendo di smarrirmi qualche cosa) la tua lunga lettera ho pensato bene di risponderti subito prima di rimettermi a disegnare.
La sorella Ida scriveva di rado ad Aldo. Nel settembre 1922 riceve a Milano una sua lettera.
Caro Aldo,
vorrei scriverti a lungo ma siccome il dito pollice, che mi son tagliato alla vigna dove ho trascorso due giorni insieme con papà e mamma, mi fa male, mi è impossibile. In uno di quei due giorni verso le 5 papà mi ha portato a Castrovillari, dove ci siamo trattenuti fino verso le 9: mi ha fatto sedere vicino ad un caffé dove abbiamo preso alla vista di tutti un bel gelato: mi sentivo chi sa come quella sera con tutta quella gente che sfoggiavano abiti eleganti con pizzi lunghi ai lati, cappe di seta, che se la passeggiavano con una cert’aria su e giù per i marciapiedi. Io siccome ero vestita con un abito meschino di color blu di cotone mi sentivo una servetta, ma poi non mi conosceva nessuno e quindi ero contenta lo stesso.
Che ne dici del fidanzamento di Emma? Io il giovane non lo conosco; soltanto un paio di volte l’ho visto di lontano in Chiesa. Lei ne è contenta: contenta lei contenti tutti: non è vero? Poidomani andrò ad assistere alla cerimonia di Amalia e spero divertirmi: ti conserverò due dolci per farteli trovare alla tua venuta che spero sarà fra breve. Mi sembra che non ti vedo da mille anni ed aspetto col pensiero il momento di riabbracciarti. Perché non mi scrivi da parecchio? Avevo un bel ventilatore di quelli che si usano adesso ma quel ciuoto di Rocco (così bisogna definirlo) ha finito col guastarmelo completamente. Il suo se lo teneva conservato gelosamente peggio della bicicletta: veniva da me e mi diceva: «Ida dammi quel cosino lì». Ma adesso è finita la cuccagna.
Il dito mi ha fatto rimanere buggerata: decisi di non poterti scrivere a lungo perché mi faceva male ma intanto scrivendo scrivendo mi si è alleggerito il dolore: però guarda un po’ che calligrafia m’è uscita, forse non la capirai nemmeno.
Adesso sto imparando a suonare la Serenata di Schubert. Ti piace? Spero di impararla bene per quando verrai e così te la farò sentire.
Smetto credo che ti annoierai di certo nel leggere questa lettera che è divenuta un passio.
Affettuosamente ti bacia la
tua Ida
Ida, orgogliosa ragazzina diciassettenne, forse più dei due fratelli maggiori, è riuscita con questa lettera a descrivere momenti interiori particolarmente intensi con tono quasi di sfida. Pur non sottraendosi ai periodici esami del fratello più competente in musica, alla promessa di suonargli la Serenata di Schubert, ha aggiunto disinvolta quella di mettergli da parte due dolci.
7 Ottobre 1922
Papà e mamma carissimi,
da ieri sera alle 6 e 5 minuti il vostro Aldo è ingegnere e non un ingegnere tirato su a forza ma con ottima laurea: 86/100 che per il Politecnico di Milano è già molto. Si chiude così per me un lungo periodo della mia vita e per voi è la realizzazione d’un vostro sogno accarezzato per tanti anni e finalmente avveratosi. E prima che una nuova vita ben più ardua e difficile si schiuda per me, sento più che il dovere, la necessità impostami dal grande, immenso affetto che nutro per voi, di ringraziarvi per tutti i sacrifici, e che sacrifici!, sopportati per farmi giungere ad un giorno simile. Grazie papà, grazie mamma.
Aldo si mette quello stesso giorno in cerca di una cassa di legno, dove poter mettere libri, disegni, spartiti, composizioni musicali e tutto quanto aveva accumulato a Milano, e spedisce tutto a Morano. L’anno o due di pratica, che aveva previsto di trascorrere a Milano, come aveva anticipato alla madre nel maggio 1921, non ci sono stati.
Chissà quali ragioni lo hanno spinto ad accelerare così bruscamente la sua partenza, ragioni personali o politiche, o entrambe... Era l’ottobre 1922, un anno molto importante non solo per Aldo, ma per tutti gli italiani.