11.

    Milano, li 20 ottobre 1908
    Cara mamma,
    ieri siamo arrivati a Milano alle ore 14. Figuratevi la contentezza che ho avuto, ma sempre nel cuore il dispiacere di avervi lasciato sola, ma che ci potevo fare; se rimanevo a Morano venivo un cretino e dovevo fare il vagabondo, ma invece studio e diventerò quando sarò grande un buon uomo.
    Cara mamma non piangere perché non son andato in Affrica; pensate sempre a mangiare e stare sempre contenta.
    Salutami alla Emma. A Ida un bacino e a voi un bacio di cuore.
    Vostro Aldo

    Cara Emma,
    ancora non siamo sortiti in città per comperare quello che mi hai messo in nota. Ti dico di pensare il canario e di naffiare i mignali.
    Papà sta bene e io anche.
    Vi salutano la zia Rosa, il zio Peppino, l’Otello, Pompeo, Tonio, Papà e io.
    Papà manda mille baci a Ida e vi dice di farla stare bene.
    Addio

Era da poco trascorso il suo ottantesimo compleanno, quando i ricordi di Aldo si soffermarono su quel lungo viaggio dell’ottobre 1908 per raggiungere Milano e poi Firenze.
Ripensò ai tanti giorni trascorsi alla Badia Fiesolana in cui aveva imparato che i mignali in italiano si chiamano vasi e tante altre cose, ma soprattutto che aveva capito che sarebbe potuto diventare un buon uomo.

Il giorno del suo ottantesimo compleanno aveva ricevuto una telefonata da molto lontano.

    Morano Calabro, 26 settembre 1978
    Carissimo Fedeluccio,
    sono rimasto veramene commosso nel risentire al telefono, dopo tanti anni, la tua voce e di conoscere, per la prima volta, la voce dei tuoi cari. Vi ringrazio assai assai dell’affettuoso pensiero che vi ha spinti a darmi tale commozione, alla quale, per felice combinazione, hanno partecipato le tue sorelle Maria e Silvana che proprio in quel momento erano giunte da Castrovillari per farmi i loro auguri per il mio ottantesimo compleanno. E così oltre all’immagine conosco anche, se pur vagamente e filtrata da migliaia di chilometri di distanza, la voce argentina e gioiosa di Emmina, che, pur non comprendendo ciò che io mi affrettavo a dirle, ho avuto la sensazione non volesse mai distaccarsi dal microfono per cederlo agli altri, dandomi così una palese dimostrazione del suo affetto ed attaccamento per i quali la ringrazio con un particolare abbraccio e bacio. Ho conosciuto così pure la voce timida ed imbarazzata di Pietro e quella sicura nell’uso e nella comprensione della nostra lingua di Gloria. Di nuovo grazie a tutti, caro Fedeluccio, del grande regalo che mi avete fatto con questa telefonata, che rimarrà fra i più cari ricordi di questo fatidico compleanno.

Aldo completò la lettera diretta al nipote Fedele, figlio maggiore della sorella Emma, e, mentre riponeva la copia nella cartella

CORRISPONDENZA CON
FEDELUCCIO LOMBARDI


pensò di rileggerne un’altra che aveva ricevuto nel 1953 dalla Colombia, dove il nipote si era recato, dopo l’improvvisa morte del padre nell’agosto del 1947, per occuparsi dei beni che questi aveva lasciato in quel paese. Fedele non ne era più ritornato. Si era sposato con Gloria, una ragazza colombiana, ed erano nati due figli: Pietro e Emma, con i quali Aldo aveva iniziato negli anni Settanta un’affettuosa corrispondenza.

    Barranquilla, 15/1/53
    Occhialuto zio,
    non so cosa potrebbe dire a uno zio che, oltre che occhialuto, è serio, grave, pio, lavoratore, zelante, artista, cittadino esemplare, un nipote ingolfato nei vizi: champagne, donne, canti, convivi, orgie. Credo che a tal buon zio solo potrebbe parlare un nipote serio, lavoratore, pratico e attivo e che conserva e difende dentro di sé un mondo ideale, pur dopo averne constatato l’inutilità pratica. Allora, se tuo nipote ha cessato di essere la prima figura, dubbia e sbarazzina, ed è la seconda, ha lasciato da parte la vanità, le tentazioni della carne e le follie, per prendere il suo posto nella vita corrente, tra gli uomini comuni, tra la gente che lavora, risparmia e pensa all’avvenire, allora potrai spiegarti perché il mio ribelle di prima restava chiuso in se stesso, indifferente agli effetti e alle tradizioni, mentre ora sente la necessità di un colloquio intimo con il vecchio zio. Ti scrivo, dunque, non senza presentarti prima le mie scuse per il ritardo nel farmi vivo.
    Non posso dire che la mia vita durante il primo anno quaggiù sia stata completamente sprecata. Il paese offre molte cose: donne, folklore, palme e rum tropicali, che sono alcuni degli elementi geografici che non passano inosservati. Se v’è alcuna relazione tra il tropico geograficamente inteso e la vita in esso, tale relazione può essere così espressa: il tropico calma e distende i nervi, nel tropico v’è allegria, rilassatezza, laisser faire, laisser passer. La relazione uomo-ambiente è un fatto positivo, visto e considerato che nel tropico, per esempio, l’emigrante o il turista che arriva dall’Italia, per esempio, con animo di rimanere, modificherà poco a poco i gusti e le abitudini.
    Però qui non v’è solamente la vita gaudente, il tropico. V’è l’America, il paese dove si lavora e si creano le fortune. Se devo riferirmi a come lavori tu, capitano d’industria, non posso dire che qui si lavori di più; ma se devo riferirmi alla gente dei caffé, che passeggia sul marciapiede, che si ferma all’angolo di San Francesco (Castrovillari) e in Piazza Maddalena (Morano), ai “mosconi” che in città trascorrono l’esistenza andando dietro le donne, devo dire che qui si lavora molto e in Italia poco. Verbigrazia, devo riconoscere che in Italia ero tra quei primi e quindi non ho avuto contatto con gli altri; mentre ora sono a contatto con la gente d’affari. Comunque, quanto ho affermato serve per farti sapere che qui si lavora moltissimo, che anch’io do duro per imparare e farmi avanti, e che mi piace il mio lavoro d’ufficio, il quale ha aperto vasti orizzonti.
    Attendo notizie sia tue che della tua famiglia, assicurandoti che il mio pensiero non è mai lontano da voi tutti. Auguri a Ugo per il diploma. Bravo Ugo! A parte scrivo anche a Nonna. Attendo una tua paternale, o una lettera di zio-e-amico, come vorrai: non mancare di scrivermi.
    Baci e abbracci
    l’occhialuto nipote,
    Fedeluccio

Aldo aveva assunto negli anni il ruolo di zio-e-amico dei numerosi nipoti che erano nati dopo Fedele, sia nella sua famiglia che in quella di Maria. Raramente faceva paternali e cercava di cogliere la personalità, i gusti e gli interessi di ciascuno di loro.

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